DIARIO DI UNA MAESTRA. La sindrome di Gianburrasca

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04 Nov 2016 in La Scuola sull'Albero

Author : Alessandra

Luca (nome di pura fantasia), 8 anni. Viso d’angelo e temperamento da ribelle.
E’ arrivato il primo giorno con fare da spaccone. Si è diretto negli spogliatoi con grande sicurezza, come se quel posto gli appartenesse già da moltissimo tempo. “Guarda che tipino!”, ho pensato.
Bellissimo. Occhi incredibili. Sorriso furbetto perennemente stampato sulla faccia. E quell’aria di sfida che si è subito concretizzata quando, ancora prima di iniziare la lezione, ci ha tenuto a precisare che lui le calze anti-scivolo non le avrebbe messe. Cominciavamo alla grande, io e Luca.
“No, Luca, tu le calze anti-scivolo le metti, come tutti, altrimenti non potrò farti entrare in sala”, gli dico senza arrabbiarmi, ma con voce ferma.
Lui dice no, che non le mette. Io lo guardo seria senza parlare. Poi aggiunge qualcosa, una battuta il cui senso è “io faccio un po’ come mi pare”.
“E’ la regola” aggiungo. Lui allora mette le calze ed entriamo in sala.
Durante la lezione, ridacchia e fa il buffone. Gli dico di stare concentrato. Lui lo fa. Poi si imbarazza e torna a ridacchiare cercando la complicità dei compagni, soprattutto di quelli maschi. Dopo un altalenare continuo fra il serio e lo scherzo, verso la fine dell’esercizio ci è dentro fino al collo ed è praticamente perfetto nel ruolo dell’investigatore che osserva con sospetto i suoi compagni indiziati. Gli dico: “Bravo!” più volte. Così come gli dico “Concentrato, Luca!” altrettante.
Lotto contro me stessa con tutte le mie forze per non esprimere dentro di me giudizi facili e affrettati come “E’ un indisciplinato”, “Ci darà filo da torcere”, e cose così.
E mi concedo il tempo della sospensione. Fino a quando, durante la scorsa lezione, capisco.
Stiamo lavorando sul personaggio del mostro. Io e Assunta spieghiamo loro che per diventare dei mostri, gli attori non hanno bisogno di vestiti, maschere o trucchi. L’attore, con la fantasia e la forza dell’immaginazione, ha bisogno solo del suo corpo e della sua voce; “e del suo istinto”, aggiunge acutamente M.
E così, con una serie di esercizi, ognuno arriva alla costruzione del proprio personaggio. Li facciamo lavorare all’interno di griglie ben definite per evitare il cliché di vampiri e zombie. A un certo punto chiediamo loro qual è la caratteristica psicologica predominante del proprio mostro. E passiamo a spiegare cosa vuol dire un termine così difficile.
Dopo che G. ha precisato zelante che in realtà c’è una parola più difficile di “caratteristica psicologica predominate” che è “supercalifragilistichespiralidoso”, ognuno prova a dire la sua. “Gentile!”, “Infuriata” (che poi traduciamo in “irascibile”) “Vivace”.
“Aggressivo!” dice di sé Luca, mostrando un certo orgoglio.
“Cioè?” – “Che ti ammazzo! Ammazzo tutti!”, urla praticamente a un palmo dal mio viso, come a volersi rendere minaccioso, ovviamente senza alcuna credibilità.
In quel momento mi è sembrato chiaro che Luca non fa altro che recitare una parte, o meglio l’unica parte che sa recitare. Probabilmente gli è stata appiccicata addosso da quegli adulti esasperati dal suo comportamento così “vivace” che hanno difficoltà a gestire. E infatti anche il suo mostro è “aggressivo” – dice – vive in uno spiritello maligno e ha paura della sua vicina di casa.
Alla fine della lezione lo prendo in disparte e gli dico: “Sai, Luca, dopo l’esercizio di oggi credo che la tua caratteristica predominante non sia essere aggressivo. A me non sembri affatto aggressivo. Io invece ti trovo molto fantasioso e questa è una qualità importante per diventare un bravo attore”.
Lui sorride, come sempre. Non dice nulla. Se ne va tutto baldanzoso salutandoci con un “A lunedì”.

C’è una bella differenza fra un bambino semplicemente maleducato e un bambino per il quale infrangere le regole è l’unico strumento che ha per dire “ci sono anch’io”. Non conoscevo questa differenza, prima. Prima di fare di questo lavoro, intendo.
Ma ci vuole tempo per coglierla, questa differenza, così da agire nel modo giusto. Bisogna darsi e dare tempo, a se stessi e all’altro; il tempo della sospensione, appunto.
E io e Luca non abbiamo nessuna fretta.

 


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