Cosa si impara da una lezione autogestita

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14 feb 2018 in La Scuola sull'Albero

Author : Alessandra

Quel giorno a lezione mi ritrovo il gruppo dimezzato.

La scaletta va a farsi benedire e nel giro di un minuto, mentre ciò che rimane degli gnomi mi circonda e mi chiede “Cosa facciamo oggi? Cosa facciamo oggi? Cosa facciamo oggi?”, io devo decidere il da farsi.
“Potete allontanarvi, per favore? Mi manca l’aria!” – dico loro per prendere tempo. Quando fanno così mi fanno sentire una mamma-chioccia e il loro tempestarmi di domande e di proposte si trasforma in un indistinto e chiassoso “pio-pio-pio-pio”.
“Oggi poi siete più brutti del solito. Non è piacevole avervi così vicini”. E’ una battuta che faccio spesso ai miei allievi. Loro ridono sempre tantissimo. I più temerari controbattono con un “Allora pure tu sei brutta!” – “Ovvio! Allievi brutti, maestra ancora più brutta”.
Poi a un tratto, senza quasi aver avuto il tempo di pensarla, pronuncio questa frase: “Oggi faremo una lezione speciale…”. E da brava teatrante lascio la frase sospesa, guardandoli tutti con un mezzo sorriso sulle labbra. Non sono ancora sicura di ciò che sto per dire.
I loro occhi si illuminano; cominciano a fare ipotesi, a salterellare sul posto dall’eccitazione. Faccio un gesto per riportarli al silenzio. Tengo una pausa-effetto lunghissima; mi sfrego le mani come il signor Montgomery Burns dei Simpsons e infine lentamente aggiungo: “Oggi faremo una lezione…. (rullo di tamburi) autogestita!”.
“Non ci posso credere che io l’abbia detto! E’ una delle idee più strambe che io abbia mai avuto! Qui rischiamo di farci male!” penso, dissimulando un sorriso allegro. Intanto, le espressioni sui loro volti sono le più disparate. Non tutti hanno capito esattamente in cosa consiste. Ma una cosa per tutti è certa: se la maestra l’ha detto con quel tono e quella faccia allora è di sicuro una figata!
Spiego loro di cosa si tratta. “Ognuno di voi avrà la possibilità di fare il maestro del corso. Sceglierà un esercizio che vorrà far eseguire al gruppo dei compagni e lo condurrà esattamente come facciamo noi maestre: spiegherà l’esercizio, lo interromperà se lo riterrà opportuno, darà suggerimenti su come eseguirlo al meglio, darà feedback a esercizio ultimato. Ora pensate un attimo a quale esercizio volete condurre e poi me lo dite”.
Tutti cominciano a urlare il loro esercizio. Io prendo appunti su un foglio e poi dico loro: “Ora mettiamoli in scaletta!”, e li faccio ragionare sul perché un esercizio è meglio in un punto anziché in un altro. “Ah! Ovviamente oggi io sarò un’allieva esattamente come voi e mai e poi mai interverrò in qualità di maestra. Qualunque cosa accada…”. Ecco: con questa uscita mi sono definitivamente data la zappa sui piedi. “Quel che sarà sarà. Nessuno morirà o si ferirà. Usciremo indenni da questo massacro, in un modo o nell’altro. D’altronde se non ci si assume il rischio del fallimento, la storia dell’umanità non avanzerebbe di un solo pollice nel suo cammino verso l’evoluzione!”. E con questa profonda ed eroica riflessione dò inizio alla… “lezione autogestita”! (da leggere con voce fantozziana).
L’imbarazzo di chi conduce è evidentissimo. E questa è per me la prima grande sorpresa. Pensavo non vedessero l’ora di cogliere un’opportunità così: guidare un gruppo, stare in qualche modo “al comando”. E invece no. L’esperimento ha immediatamente dato modo ai piccoli allievi la possibilità di confrontarsi con qualcosa di molto più complesso del “dare ordini”. Condurre un esercizio di teatro non è infatti dire “fai questo o fai quello”; né tantomeno esprimersi con giudizi del tipo “hai fatto bene o hai fatto male”. Bisogna chiarire obiettivi e modalità, bisogna avere capacità di osservazione e analisi; bisogna intervenire senza giudicare.
In una sola parola bisogna mettersi in gioco con una parola ingombrante che si chiama ‘responsabilità’.
I bambini, per quanto piccoli, hanno infatti da subito sentito di ricoprire un ruolo che non li contrapponeva al gruppo, ma che li responsabilizzava nei confronti del gruppo. Nella loro testa frullavano pensieri come “Sarò all’altezza? Mi ascolteranno? L’esercizio proposto li interesserà? Li divertirà?” E soprattutto, quando qualcosa non funzionava, erano combattuti su ‘se’ e ‘come’ intervenire. Riprendere un compagno disattento o poco preciso rappresentava per loro un’azione gravosa, da evitare volentieri perché fondamentalmente li imbarazzava e che rischiava di non renderli “simpatici” ai propri compagni. “Chi sono io per dire se l’esercizio ha funzionato o meno? Accetteranno le mie osservazioni o si sentiranno giudicati da me, che sono un loro compagno?”.
Ma man mano che la lezione andava avanti, ecco però la seconda sorpresa: il gruppo diventava sempre più serio, silenzioso e attento. Sperimentare il difficile ruolo dell’insegnante, li portava naturalmente ad essere più empatici nei confronti dei propri compagni. Essere più disciplinati, significava infatti aiutare il compagno a svolgere il proprio ruolo con maggior tranquillità e serenità, preservandolo dall’imbarazzo di dover intervenire sul gruppo per chiedere continuamente silenzio e attenzione.
L’autogestione ha così portato i bambini non a “godere” di quella che da fuori potrebbe sembrare una posizione privilegiata, ma a capire che la gestione di un gruppo è qualcosa di molto complesso e difficile. Che per un insegnante muovere un rimprovero non è mai un atto di forza o di supremazia, ma che al contrario costa fatica.
E su questa sensazione che alla fine della lezione ho portare gli allievi a riflettere. E così, quando ho chiesto loro. “Come ti sei sentito quando il gruppo si distraeva e sei stato costretto a intervenire per riportare la disciplina?”, la risposta non è stata “arrabbiato”, ma “triste”.
Ora non so se è stata solo una mia impressione o se effettivamente corrispondesse alla realtà, ma uscendo dalla sala ho sentito i miei gnomi più solidali con me. Mi è sembrato addirittura che qualcuno mi guardasse con l’aria di chi volesse dirmi “Maestra, ora capisco… e non ti invidio per niente”.

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