Ciao, sono una persona…

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10 gen 2018 in La Scuola sull'Albero

Author : Alessandra

“Oggi parlo di me, non certo perché voglia tediarvi con questa breve analisi autobiografica, ma mi è stato detto di farlo e, contro la mia volontà, mi accingo a ottemperare al mio incarico”
Così scrive G., un nostro allievo di 15 anni nella scorsa lezione di teatro.
Ma andiamo con ordine.

Corso adolescenti ovvero un gruppo di quindici ragazzini dai 13 ai 16 anni. Diciamoci la verità: gli allievi-spauracchio di ogni insegnante.

Alzi la mano chi avendo a che fare con la suddetta “categoria” non si è mai lamentato. Oddio, ogni età ha – come dire – i suoi perché. Ma quello dell’adolescenza è sempre un po’ discorso a parte. L’adolescenza è infatti un morbo e gli adolescenti, conseguentemente, malati da curare. A nulla vale sapere che prima o poi ne usciranno: gli adulti cercano in tutti i modi di guarire più persone possibili da questa malattia prima che questa abbia fatto il suo corso.

Confesso che anch’io come insegnante ho per molto tempo considerato l’adolescenza una specie di nemico da combattere. Nessuna empatia. Noi adulti ci siamo “innalzati” troppo (e non solo in centimetri) per evitare di guardare dall’alto il nostro io-brufoloso con quell’aria di superiorità mista a compassione. Ogni approccio di dialogo con loro si riduce a un lungo monologo (il nostro, ovviamente): un vero e proprio sermone che quasi sempre inizia con un “io alla tua età” o con “devi sapere che nella vita…”.
Fare la lezione è più forte di noi. Perché? Perché ci fanno incazzare. Ci irritano. Non li capiamo. Non hanno una logica (la nostra!). Non sopportiamo quella che crediamo essere pigrizia, indolenza, disinteresse, superficialità. Non ci fidiamo di loro, non li crediamo essere ‘abbastanza’. Risultato? Che loro non si fidano di noi.
Così non andiamo da nessuna parte, mi dico. Nelle ultime lezioni sono accadute delle cose. Piccoli segnali: un esercizio particolarmente riuscito, un sorriso, uno sguardo, cose che ti fanno capire qual è la strada giusta da percorrere insieme.
Okey, mi dico. Alcuni di loro sono miei allievi già da qualche anno. Ma cominciamo d’accapo. Voglio conoscerli, conoscerli davvero.
Non mi importerà più se C. ridacchia mentre sto dicendo qualcosa di serio e importante; se P. si fa gioco del compagno in difficoltà; se E. si assenta senza avvisare; se S. non ha ancora mandato a memoria la parte. Non mi importa più perché ora so che non è da questi comportamenti che potrò capire cosa c’è nella loro testa, qual è il loro bisogno.
Prima ancora che dalle regole e dal rispetto so che dobbiamo partire dalla fiducia. Voglio fidarmi di loro cosicché loro possano fidarsi di me e soprattuto voglio che imparino a fidarsi l’uno dell’altro.
E così arriviamo al punto dal quale siamo partiti. Lunedì scorso, dopo un gioco iniziale molto divertente, consegniamo loro un foglio e una penna.
– “Scrivete in breve di voi. Niente che già sappiamo: come vi chiamate, dove vivete, che scuola fate, sono cose senza importanza perché già le conosciamo. Questo significherà che non sarete immediatamente riconoscibili al gruppo nella vostra descrizione”.
– ” E quindi? Cosa dobbiamo scrivere?”
– “Come sentite voi di essere. Come pensate vi percepiscano gli altri. Cosa vi fa arrabbiare e cosa vi rende felice. Se avete dei sogni nel cassetto. Cose così. Ovvio, sempre che abbiate voglia condividerle con il gruppo”.
– “Ma se non possiamo dire chi siamo, come iniziamo? Ciao, sono…”.
“Sono una persona. Che importanza ha un nome?” (come direbbe un noto personaggio shakesperiano).
Sono spaventati, ma anche eccitati, è evidente. Un po’ come quando ti accingi a guardare un film dell’orrore. Muori di paura, ma lo vuoi guardare lo stesso. Credo che il meccanismo sia identico.
Dopo un po’ di trambusto iniziale, finalmente nella sala cala il silenzio. Aggiungo solo: “Aprirsi è un grande atto di fiducia nei confronti dell’altro. E anche un grande rischio”.
Dopo una quindicina di minuti raccogliamo le brevi “autobiografie” per poi subito dopo ridistribuirle al gruppo: ognuno, infatti, leggerà il diario di un compagno senza sapere di chi si tratti. Cominciamo.
– “Ciao, sono una persona. Mi piace stare da sola e al fianco delle persone a cui voglio bene. Mi piace leggere, dormire e ascoltare musica”.
– “Ammetto di essere testado, ma è perché sono sicuro di avere ragione. Mi piace essere al centro dell’attenzione perché mi fa sentire importante”.
– “Molti credono che io sia timida, ma in realtà sono così perché non mi fido facilmente delle persone”.
– “Quello che più conta per me in assoluto è avere un proprio parere”
– “Ho tanti difetti e pochi pregi, tra i quali la mia passione per la musica… penso che la musica sia un pregio perché è un linguaggio universale che accomuna molte persone mettendole a confronto”.
– “In questo momento della mia vita sono molto felice, però non so bene perché… forse perché ho vissuto dei momenti bui”
– “Mi piace condividere le mie emozioni e paure… se dico qualcosa di cattivo a qualcuno dopo un po’ ci ripenso e mi pento”.
“Quando affronto un argomento importante, che mi tocca, ci rifletto sopra anche un mese”.
Le maschere sono calate. Sono infatti dei volti quelli che ascoltano incuriositi e attenti le parole scritte dei propri compagni. E poi su quei volti c’è la meraviglia di scoprire un compagno (“Non avrei mai immaginato potesse essere lui/lei!”); ma anche il compiacimento nell’averlo/a invece riconosciuto per una parola, un aggettivo in particolare.
In tutto questo volete sapere come finiva il “diario” di G, quello costretto a scrivere di sé contro la sua volontà?
“Ora mi è quasi venuta voglia di parlare e mi pento di aver esaurito il mio tempo parlando di cose noiose e non di me… ma Alessandra sta per prendermi il foglio… Addio!”.
E lo dico anch’io ‘addio,’ caro G.
Dico addio alle categorie, ai pregiudizi, alla cecità di quando troppi presi dal voler per forza insegnare qualcosa ci dimentichiamo di ascoltare.
Dico addio all’io e al tu, al noi e al voi, a tutto ciò che che separa, che ci dispone su due file che si fronteggiano.
A teatro c’è spazio solo per il noi e per il nostro vitale e primordiale bisogno di svelarci, di toglierci la maschera dalla faccia e di pronunciare, più liberi e autentici che mai, l’unica battuta che conta: “io sono”.

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