Alice. Roba da bambini?

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05 Ago 2015 in Compagnia teatrale, News sull'Albero

Author : Valentina

Scopri “Non chiamatemi Alice” la versione di “Alice nel paese delle meraviglie” della compagnia teatrale L’Albero.

Prenota il tuo viaggio per lo spettacolo del 9 agosto a Melfi (PZ) o per quello del 12 agosto a Tito (PZ).
Telefono: 349.82.43.232


‘Alice’ è un libro per ragazzi che i ragazzi non preferiscono.

Sarà perché quello che accade a questa bambina è francamente spaventoso, o sarà anche perché per tutta la durata del libro sembra che Alice se la vada proprio a cercare.
Mettiamola così: Alice travalica il modello di bambina giudiziosa e obbediente che propalava la società vittoriana e si prende – in qualche caso – molte più libertà di un qualsiasi monello di strada, tipo OIiver Twist o Tom Sawyer.

Di fatto, Alice capita in un mondo in cui vigono le regole degli adulti ma in uno strano modo paradossale.
Non è poi così strano che nessun bambino desideri andare nel Paese delle Meraviglie, perché è un posto dove si cresce in maniera smisurata e disarmonica, in un attimo si passa dal meraviglioso privilegio di passare attraverso spiragli e porticine che immettono in mondi fantastici all’essere grandi, grossi e prigionieri, senza potersi spostare, condannati a restare fermi in un punto. E la cosa peggiore è che questo avviene mangiando un panetto su cui c’è scritto a chiare lettere ‘mangiami’ o bevendo da una bottiglina che reca la scritta ‘bevimi’. E si sa che i bambini non amano particolarmente chi li si costringa a mangiare, specialmente qualcosa che non ha un aspetto incoraggiante.
E che dire delle lacrime che diventano un fiume in cui si rischia di annegare? Si sa che le mamme dicono sempre che i bravi bambini non piangono, e neppure i bambini grandi. Ma che cos’è questo paradosso dei bambini grandi? I bambini grandi non esistono, oppure sono delle creature spaventose, che ad andar bene si ritroveranno ad affrontare processi e giudizi tesi a mortificare la loro imprudente curiosità.

D’altra parte, Alice stessa lo sa, quando si lancia in un lunghissimo e serissimo discorso su se stessa per ingannare l’attesa del suo lento precipitare nella tana del Bianconiglio. Probabilmente, Carroll era ignaro della lettura in controluce che è possibile effettuare su ‘Alice’.
Il professor Charles Lutdwidge Dodgson si era sempre trovato a disagio in mezzo agli adulti, mentre apprezzava molto la compagnia dei bambini, e in particolare quella delle tre sorelline Liddell, una delle quali portava il nome Alice. Era dotato di un’intelligenza fuori del comune che ne fece un fotografo, un matematico e un logico, oltre che uno scrittore. La sua amicizia con i bambini– che ritraeva spessissimo nelle sue fotografie – terminava puntualmente quando questi raggiungevano la pubertà: era a tutti gli effetti un bambino grande, che si è portato dietro un’ombra legata ovviamente ad accuse di pedofilia e giù di lì. In realtà, nessuna accusa è stata in grado di appurare che Carroll nutrisse ed esplicasse un desiderio sessuale nei confronti dei bambini che ritraeva, ma la forte eredità di questa ‘ombra dell’infanzia’ pervade ‘Alice’ privandola di quell’aura innocente e senza malizia che dovrebbe essere propria dei racconti per bambini.

Ma ‘Alice’, più che una bambina più o meno identificabile, è un trasognamento logico, è l’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, è la messa in atto degli studi sulla linguistica dell’epoca, è una critica attenta e spietata al moralismo vittoriano. Carroll è bravissimo con i giochi di parole e con i non-sense, nega il senso ma il senso c’è, manda avanti intere pagine di deduzione e sillogismi, amplifica e spiega con Kant e con le scienze il concetto dello spazio che Alice percorre cadendo in un mondo perfettamente al contrario eppure inspiegabile.
In ultimo, la cosa che veramente scoccia è che Alice è costantemente soggetta a una morale, anche da parte di sé stessa o di chi, alla fine, ascolterà il suo sogno con bonaria sufficienza. La confusione che si genera tra il legittimato uso della fantasia e la necessità di superarne la fase è proprio il Paese delle Meraviglie, in cui un passo fallace può costarti la testa.

Non proprio roba da bambini.


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